Radio e Conduttore Radiofonico: il Nome d'Arte aiuta a diventar famosi?

Curiosità Radiofoniche

Radio e Conduttore Radiofonico: il Nome d'Arte aiuta a diventar famosi?

All’interno del mondo dello spettacolo il nome d’arte è forse una delle usanze più diffuse. Persino nel panorama musicale (italiano e internazionale) sono moltissimi gli esempi di cantanti che hanno scelto di cambiare il proprio nome anagrafico con uno pseudonimo.Anche altre categorie di personaggi non sono esenti da questo “fenomeno”: si pensi agli scrittori, agli artisti, agli sportivi ed infine agli stessi deejay o conduttori radiofonici.

Nel mondo radiofonico questo fenomeno, molto diffuso sin dalla nascita delle prime radio libere, si sviluppò maggiormente nel corso degli anni ’80 e ’90. Pensate a nomi d’arte come Linus (all’anagrafe Pasquale Di Molfetta) e Ringo (Rocco Anaclerio), oppure Fabio Volo (Fabio Bonetti) e Federico l'Olandese Volante (pseudonimo di Friedrick Van Stegeren) e così via.

Ma cosa spinge davvero un artista ad adottare un “nome d’arte”? Ci sono ovviamente casi differenti, anche se uno dei principali è lo scarso “appeal” dei nomi reali di alcuni personaggi, chiamati ad entrare a far parte della scena pubblica. In particolare, nel caso della radio, c’è sempre stata l’esigenza da parte dello speaker, di avere un nome che fosse orecchiabile, facile da ricordare e che entrasse nella testa delle persone, un po’ come le canzoni. Brevità, semplicità, orecchiabilità erano (e sono) senza dubbio dei requisiti necessari e fondamentali per il nome di un conduttore radiofonico, ma lo è senz’altro anche il “rimando” al nome di un personaggio dei fumetti, oppure ad un termine che evochi qualcosa di importante per chi è all’ascolto. A volte può funzionare anche l’utilizzo dell’abbreviazione del nome proprio o ancora un soprannome che rimandi a qualcosa di molto conosciuto o ad un tratto distintivo del personaggio.

La sensazione al giorno d’oggi nel mondo della radio è che se nei grandi network questa tradizione è sicuramente meno diffusa, lo stesso non si può dire delle radio minori come le locali o le web radio. Potremmo disquisire per ore sui motivi di questo fenomeno, ma probabilmente la causa principale per cui avviene ciò è più semplice di quanto possa sembrare.

Infatti a livello di radio locale si vede ancora lo pseudonimo come mezzo attraverso il quale, presentandosi al pubblico, si possa emergere, anche se bisogna constatare che tale strategia sembra senza dubbio piuttosto obsoleta, dato che la realtà è decisamente mutata rispetto a quella di un tempo. Pertanto spesso assistiamo, all’interno di queste piccole realtà, ad un uso quasi spropositato del nome d’arte, senza che quest’ultimo possa avere davvero una reale funzione ma anzi, ottenendo esattamente un effetto opposto.

Per non parlare di chi si fa chiamare “deejay” quando in realtà altro non è che uno speaker che parla al microfono senza sapere minimamente come si utilizzi una consolle (non che sia un disonore, ma parlare alla radio e mettere i dischi sono due cose diverse).

Credo che il nome sia certamente il primo biglietto da visita con cui chi parla in radio può presentarsi a chi ascolta, ma al giorno d’oggi possiamo dire che, salvo particolari eccezioni, la questione dello pseudonimo da utilizzare durante la conduzione di un programma sia un fattore secondario che viene dopo molte altre priorità a cui bisogna fare attenzione per potersi far conoscere ed apprezzare al meglio.

Voi cosa ne pensate? In radio utilizzate il vostro nome reale oppure uno pseudonimo? In quest’ultimo caso come vi fate chiamare? Pensate sia ancora importante avere un nome d’arte per chi lavora in radio?

Articolo a cura di Mattia Savioni