Linus: come la Musica Pop sta cambiando in Radio

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Linus: come la Musica Pop sta cambiando in Radio

Intervistato da Rolling Stone Italia, Linus fa il punto della situazione in merito a discografia e musica in Italia, passando ovviamente per la materia che conosce meglio: la radio. A Sandro Giorello, il direttore artistico di Radio Deejay, spiega come funziona oggi il pop nella sua emittente, come si pone nei confronti delle novità, della sfera indie e di fenomeni forse più mediatici che discografici come Rovazzi.

L’analisi di Linus evidenzia quanto spesso ci sia, da parte delle emittenti e dei programmatori musicali, poca apertura verso le novità e la tendenza a passare sempre gli stessi nomi.

Fa mea culpa, il direttore artistico di Radio Deejay, ammettendo che spesso anche il suo team commette lo stesso errore, mentre è importante stare con le orecchie tese e aperte al nuovo, scoprirlo, divulgarlo, farlo amare dal pubblico, senza tralasciare né il target né la mission dell’emittente: “Se nel 1985 il nostro ascoltatore medio aveva diciott’anni, oggi ne ha tranquillamente venti in più. Il punto è trovare un buon compromesso tra una linea coerente con il nome della radio stessa (Deejay deve essere propositiva, giovane, moderna) e il gusto più adulto dei nostri ascoltatori”.

Per quanto riguarda la mission, invece, precisa: “Noi siamo una radio commerciale, non siamo una radio come Capital o Virgin che fanno due milioni di ascoltatori al giorno, noi dobbiamo farne almeno cinque. Dobbiamo proporre musica per la massa. Il problema è che oggi la maggior parte delle cose che escono sono drammaticamente giovani. Stiamo cercando disperatamente una strada a metà tra quella da cui arrivavamo e quella dove andremo”.

E questa strada finalmente include anche la musica italiana: “Nel 1984 la musica italiana non la si metteva, al massimo era musica dance fatta in Italia ma non cantata in italiano. Per fortuna, dagli ultimi dieci anni a questa parte, esiste tanta musica italiana che suona in una maniera compatibile con gli standard di una radio come la nostra”.

Questo è dovuto, spiega, alla passione per la musica che nutrono gli italiani, che non è certo in crisi: “Quando dicono che la musica è in crisi, sbagliano il riferimento. È l’industria discografica ad esserlo, ma non si può dire che non ci sia musica in giro. Io invidio i diciottenni di adesso che possono accedere a qualsiasi canzone con una facilità incredibile”.

A differenza di pochi decenni fa infatti, la possibilità di accedere anche gratuitamente alla musica ha sicuramente cambiato il modo, i tempi di fruizione e forse anche i gusti musicali, ma senza intaccare lo spazio riservato all’ascolto radiofonico, che resta ancora un momento prezioso, per teenager, adolescenti e adulti: “Io credo che Spotify e Deejay viaggino su binari completamente separati, c’è un momento della giornata in cui è indispensabile avere Radio Deejay e un altro in cui è perfetto avere Spotify, è difficile che ci sia concorrenza”.

E in questo nuovo momento di forte attenzione verso la musica italiana Deejay ha avuto un ruolo importante: “Noi abbiamo fatto il lavoro sporco per conto delle altre radio. Calcutta, Thegiornalisti, Cosmo, per almeno due anni li abbiamo messi soltanto noi. La prima volta che mettevamo queste canzoni magari alla gente non piacevano nemmeno, poi quando sono diventate dei successi sono arrivati gli altri e si sono ritrovati la spiaggia pulita”.

E se da un lato c’è questa sfera cosiddetta indie in forte crescita, dall’altro ci sono certezze della musica italiana e qui Linus fa due nomi precisi: “I giovani più importanti in Italia sono Tiziano Ferro e Cremonini, ma ormai hanno quasi quarant’anni. Credo che l’industria discografica italiana sia in difficoltà. Non c’è oggi tra le major una struttura in grado di scovare, produrre e crescere i talenti”.

Un altro filone è poi costituito da tutte quelle pagine Facebook che hanno sfornato hit musicali, Rovazzi in testa: e qui diventa labile il confine tra il fenomeno mediatico e quello musicale: “Rovazzi è una persona molto intelligente che ha imparato a usare bene tutte le armi offerte oggi dalla comunicazione online, ma Rovazzi è il primo a non definirsi un cantante”.

Articolo a cura di Giusy Dente