Quarant’anni fa la nascita di Radio Sicilia Libera: SOS dei poveri cristi

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Quarant’anni fa la nascita di Radio Sicilia Libera: SOS dei poveri cristi

«Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale attraverso la radio della nuova resistenza. Siciliani, italiani, uomini di tutto il mondo, ascoltate: si sta compiendo un delitto di enorme gravità, assurdo, si lascia spegnere un’intera popolazione. La popolazione della valle del Belice, dello Jato e del Carboni, la popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire»: queste le prime parole trasmesse il 25 marzo 1970 alle ore 19.30 da quella che può essere considerata la primissima radio libera italiana, Radio Sicilia Libera. Il segnale radiofonico partì da Partinico (nella valle terremotata del Belice) sulla lunghezza d´onda dei 20,10 megacicli ad onde corte e sui 98,10 megahertz a modulazione di frequenza.

Radio Sicilia Libera ebbe una vita estremamente breve, ventisei ore soltanto, ventisei ore di libertà prima che intervenissero le forze dell’ordine a sopprimerla: troppo poche per cambiare le cose ma abbastanza per consegnare Partinico e lo scrittore e sociologo triestino Danilo Dolci (il suo ideatore) alla storia.

Dolci voleva dare voce ai cittadini, quelli dimenticati dallo Stato, quelli abbandonati dalle autorità, vittime di promesse non mantenute, sperperi e ruberie da parte di collusi e corrotti. Due anni erano passati dal terremoto che nel 1968 aveva colpito la Sicilia occidentale, ma la ricostruzione era ferma: non un solo miliardo dei 162 stanziati era ancora stato speso.

Nella trasmissione furono meticolosamente esaminato lo stato dei lavori e le condizioni di vita della gente, costretta ad accontentarsi di baracche di fortuna e a vivere senza acqua corrente: una situazione presentata come provvisoria che però si protraeva da due anni.

Insieme a Dolci c’erano, asserragliarsi in una stanza di Palazzo Scalia, nei locali del Centro studi e iniziative, anche Franco Alasia e Pino Lombardo, che lo accompagnarono in questa avventura da fuorilegge. I tre si erano barricati all’interno con le attrezzature necessarie a trasmettere e 50 litri di benzina, non per minacciare di darsi fuoco, come scrissero i giornali dell´epoca, ma solo per alimentare un generatore, nel caso in cui la corrente elettrica fosse stata interrotta.

Fino alle ore 22.00 del 26 marzo lanciarono ininterrottamente messaggi di denuncia e richieste di aiuto alle autorità, affinché intervenissero in quella gravissima situazione di degrado, aiutandosi con interventi diretti di gente comune (bambini, donne, agricoltori, operai, sindaci, medici) che raccontavano al microfono le loro storie.

Il giorno seguente un centinaio di carabinieri e guardie di pubblica sicurezza irruppe nella sede della “radio dei poveri cristi” sequestrando gli apparecchi trasmittenti e denunciando i responsabili per aver violato la legge sulla comunicazione.

Finì così la prima breve esperienza italiana di radio pirata, cui ne fecero seguito moltissime altre, visto che a regnare ufficialmente negli anni Settanta era la sola voce della RAI fino a quando, il 28 luglio del 1976, una sentenza emessa dalla Corte Costituzionale permise alle trasmissioni radiofoniche private a copertura locale di uscire dalla clandestinità e avviare il grande processo di trasformazione e di rivoluzione che ha condotto la radio fino ai giorni nostri.

 

 

Articolo a cura di Giusy Dente