Radio Radicale, stop ai fondi pubblici dopo 30 anni: cosa cambia
Per la prima volta dopo oltre trent’anni, la Legge di Bilancio non include i fondi destinati a Radio Radicale, storica emittente impegnata nella trasmissione integrale delle sedute parlamentari e di numerosi eventi istituzionali. Un’assenza che apre una fase di forte incertezza per una radio che dal 1994 svolge un servizio pubblico riconosciuto dallo Stato italiano.
Il finanziamento escluso dalla manovra di Bilancio
Negli ultimi trent’anni Radio Radicale ha ricevuto circa 10 milioni di euro annui per la convenzione relativa alla trasmissione dei lavori parlamentari e di altri appuntamenti istituzionali. Per il 2026 erano attesi circa 8 milioni di euro per la convenzione, 2 milioni per la digitalizzazione dell’archivio storico e ulteriori 3,7 milioni legati alla legge sull’editoria, già deliberati.
Nonostante rassicurazioni informali arrivate nei giorni precedenti al Natale, né la Legge di Bilancio né il decreto Milleproroghe hanno incluso la voce relativa al finanziamento, segnando una rottura senza precedenti nella continuità della convenzione.
Le rassicurazioni e il clima interno alla radio
Alla vigilia delle festività, il Comitato di redazione aveva incontrato Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale ed editore dell’emittente, che aveva assicurato la prosecuzione della convenzione. Anche il sottosegretario all’Editoria Andrea Barachini aveva manifestato un impegno informale per trovare una soluzione normativa.
Il clima interno appariva relativamente sereno, anche perché a fine dicembre sono stati corrisposti regolarmente stipendi e tredicesime, evento non scontato considerando che negli ultimi anni i pagamenti erano spesso arrivati in ritardo.
Una convenzione storica dal 1994
La convenzione tra Radio Radicale e lo Stato italiano è attiva dal 1994 e ha attraversato numerose fasi critiche. Il momento più delicato risale al 2019, durante il Governo Conte I, quando si arrivò molto vicini alla mancata proroga. Anche in quel caso, tuttavia, la situazione si risolse solo all’ultimo momento.
Nel corso dei decenni, Radio Radicale è diventata un archivio sonoro unico della vita politica e giudiziaria italiana, legata indissolubilmente a figure storiche come Marco Pannella e allo storico direttore Massimo Bordin.
Redazione ridotta e sostenibilità economica
Attualmente la redazione, direzione inclusa, è composta da 18 giornalisti. Dopo la scomparsa di Bordin, avvenuta sei anni fa, dieci redattori hanno lasciato la radio senza essere sostituiti. Le entrate dell’emittente provengono quasi interamente da fondi pubblici.
Il bilancio 2024 si è chiuso con un attivo di circa 600 mila euro, risultato legato soprattutto al conferimento di immobili in una nuova società. Un equilibrio economico che resta però fragile in assenza di una conferma strutturale del finanziamento statale.
Le voci di vendita e i precedenti storici
Negli ultimi anni non sono mancate voci su una possibile vendita della radio, con ipotesi di interesse da parte di editori privati. Ipotesi sempre respinte da Turco, che le ha definite prive di fondamento.
Non è la prima volta che il destino di Radio Radicale arriva al centro del dibattito politico. Già alla fine degli anni Novanta, la mancata proroga della convenzione aveva acceso un confronto pubblico che coinvolse intellettuali, giuristi e senatori a vita, portando a una riforma legislativa che riconobbe il valore del servizio svolto dalla radio.
Un servizio pubblico ancora senza gara
Secondo diversi dossier storici, i costi per una trasmissione diretta dei lavori parlamentari attraverso una rete pubblica alternativa sarebbero superiori a quelli sostenuti tramite la convenzione con Radio Radicale. Nonostante ciò, il principio della gara pubblica per l’assegnazione del servizio, previsto dalla normativa, non è mai stato pienamente applicato.
L’esclusione del finanziamento dalla manovra di Bilancio 2026 riapre quindi una questione mai definitivamente risolta: il ruolo di Radio Radicale come presidio di trasparenza democratica e il futuro di un modello di servizio pubblico che, per oltre trent’anni, ha garantito l’accesso integrale alla vita istituzionale del Paese.