HomeMagazineWorld Radio DayFrancesco Repice al World Radio Day 2026: “Per fare il radiocronista serve saper giocare a pallone”

Francesco Repice al World Radio Day 2026: “Per fare il radiocronista serve saper giocare a pallone”

Il radiocronista e telecronista Rai si racconta nell’Official Vodcast Studio by Kit Rooms tra radiocronaca, tecnica, spogliatoio e passione autentica per il calcio.

Francesco Repice al World Radio Day 2026: “Per fare il radiocronista serve saper giocare a pallone”

Il World Radio Day 2026, andato in scena il 9 marzo al Talent Garden Calabiana di Milano, non è stato soltanto il palcoscenico dei grandi protagonisti della radio italiana sul main stage, ma anche uno spazio di confronto più raccolto e diretto grazie all’Official Vodcast Studio by Kit Rooms. Tra gli ospiti passati dall’area interviste c’è stato anche Francesco Repice, storica voce Rai della radiocronaca sportiva, che ha condiviso riflessioni sul mestiere, sugli errori, sul calcio vissuto e sul significato più profondo del raccontare una partita alla radio.

Francesco Repice e il valore della radiocronaca

Nel corso dell’intervista, Repice ha spiegato che il suo intervento sul palco principale del World Radio Day è stato l’occasione per raccontare cosa significhi oggi fare radiocronaca, partendo da maestri come Sandro Ciotti e Rino Icardi, figure che hanno lasciato un segno profondo nel modo di narrare lo sport in radio.

Per il giornalista Rai, la radiocronaca resta un linguaggio unico, fondato su tempi, ritmo e capacità di tenere viva l’attenzione: “In radio non si può star zitti”, ha ricordato, sottolineando come anche “un secondo di buco in radio equivale a 10 minuti di silenzio in televisione”. È proprio questa tensione continua tra parola, suono e presenza a rendere la radio un mezzo ancora potentissimo.

Dizione, inflessioni e servizio pubblico

Uno dei temi toccati nell’intervista riguarda il rapporto con la lingua e con la dizione. Repice, originario di Tropea, ha affrontato con ironia il tema delle inflessioni dialettali, spiegando come per chi arriva dal Sud ci sia spesso un lavoro ulteriore da fare sulla voce e sulla pronuncia.

Allo stesso tempo, ha chiarito perché una radiocronaca in dialetto, pur essendo un’idea curiosa e provocatoria, non sarebbe adatta al contesto del servizio pubblico: “Il dialetto è per pochi, la radio invece, in particolare il servizio pubblico, quindi la Rai, quindi Radio 1, è per tutti”. Una frase che riassume bene la sua idea di radio: accessibile, comprensibile e capace di parlare a tutti.

Gli errori, le scuse e la lezione di Sandro Ciotti

Tra i passaggi più interessanti dell’incontro c’è il racconto degli errori commessi nel tempo. Repice non li nasconde, anzi li considera parte essenziale del mestiere. Ha ricordato, ad esempio, una vecchia radiocronaca in cui attribuì per tutta la partita il nome sbagliato al portiere, spiegando però che il vero punto non è evitare ogni errore, ma comprenderne la ragione.

Secondo Repice, il modo corretto per crescere è “riascoltarsi sempre e capire dove si è sbagliato”, senza cercare alibi. E quando serve, anche chiedere scusa in diretta: “Si chiede scusa agli ascoltatori e al diretto interessato”, ha detto con grande chiarezza.

In questo percorso di formazione ha avuto un peso enorme l’insegnamento di Sandro Ciotti, che gli fece capire quanto fosse importante non scriversi tutto in anticipo. Un richiamo netto all’autenticità del racconto radiofonico, alla capacità di vivere il momento e di trovare la parola giusta dentro l’azione.

Il calcio vero, lo spogliatoio e la credibilità del racconto

Repice ha poi insistito su un aspetto decisivo: per raccontare bene il calcio non bastano moduli, lavagne e formule tattiche. Serve aver respirato il campo, aver conosciuto lo spogliatoio, aver vissuto i rapporti umani che stanno dietro una squadra.

Per questo ha detto con forza che dentro uno spogliatoio si imparano cose essenziali: si incontrano il leader, il fragile, il prepotente, il generoso, chi ha bisogno di essere spronato e chi invece va contenuto. È da lì che nasce una comprensione più vera del gioco.

Non a caso, una delle frasi più efficaci dell’intervista arriva proprio da questo ragionamento: “Per fare il radiocronista serve saper giocare a pallone”. Una battuta solo apparentemente semplice, che in realtà riassume tutta la distanza tra il calcio vissuto e quello raccontato in modo troppo teorico.

Francesco Repice tra notorietà e misura

Nella parte finale dell’intervista, il radiocronista Rai ha parlato anche del rapporto con la popolarità, con i social e con l’eco mediatica delle sue telecronache e radiocronache. Pur riconoscendo il valore dell’affetto del pubblico, ha mantenuto uno sguardo molto lucido sul proprio lavoro, definendolo “un paragrafo” della vita, non l’intero libro.

Un modo elegante per ribadire che, oltre alla notorietà, esistono priorità più profonde: la famiglia, gli amici, la Calabria, il mare, la vita reale. Ed è probabilmente anche questa consapevolezza a dare forza e autenticità alla sua voce.

L’intervista a Francesco Repice nell’area Kit Rooms del World Radio Day 2026 ha restituito così il ritratto di un professionista capace di unire tecnica, umiltà, passione e verità. Qualità che nella radio, e ancora di più nella radiocronaca, fanno la differenza.

Rivivi il World Radio Day 2026 su www.worldradioday.it.

Adriano Matteo

Adriano Matteo

Tecnico del suono radiofonico, live e broadcast, giornalista iscritto all'albo pubblicisti della Puglia e grande appassionato di radio in tutte le sue sfaccettature. Leggi i miei articoli

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