Radiospeaker incontra un pioniere della radiofonia: Max Venegoni
Se seguite il nostro blog siete evidentemente dei grandi appassionati di radio, e chi ama la radio non può che guardare con ammirazione chi, a metĆ degli anni ’70, ne ha stravolto la concezione, trasformandola in uno strumento di aggregazione e intrattenimento. Max Venegoni (attualmente in onda dal lunedƬ al venerdƬ, dalle 10 alle 13, su Radio Monte Carlo) ĆØ uno di questi personaggi; l’abbiamo incontrato, e con grande simpatia e disponibilitĆ ci ha raccontato un po’ di cose.
Buongiorno Max. Sei stato uno dei primissimi speaker delle radio private degli anni ’70, un periodo molto suggestivo anche per chi non ha avuto la fortuna di viverlo. Ci racconti che atmosfera si respirava?
āEra un po’ come andare allo zoo! All’inizio era bello, perchĆØ devi considerare che quando iniziammo a lavorare con la radio era un altro mondo, e l’atmosfera era completamente diversa. Io cominciai con alcuni compagni di scuola, che, come molti altri, con un piccolo trasmettitore artigianale, si lanciavano in questa esperienza. Io mi imbucai e cominciai questa avventura. Inizialmente mi occupavo di sport, poi cambiai un paio di radio, per poi approdare a Radio Milano International, che allora era un po’ il punto di arrivo per ogni speaker, ma ci rimasi poco. Ć possibile che avessi giĆ qualche numero per fare questo lavoro, e allora si decise di farmi trasmettere in apertura, alle sei del mattino, ma io su quattro settimane arrivai in orario forse la metĆ delle volte, e da lƬ la cosa finƬ. Ma da quel momento (Gennaio 1977) ho iniziato a lavorare per questo gruppo e oggi sono ancora qui. La cosa più interessante ĆØ considerare che oltre ad annunciare della musica siamo stati testimoni di molti cambiamenti. Ć stato un bel viaggioā.
In questi anni il modo di fare questo lavoro ĆØ ovviamente cambiato. Cosa pensi che sia migliorato, e cosa invece rimpiangi della radio di un tempo?
āĆ sicuramente migliorata sul piano della diffusione, nella pulizia dell’ascolto. Si arriva in punti dove prima non si poteva arrivare, soprattutto grazie alla digitalizzazione. C’ĆØ però una cosa che secondo me ha sminuito il successo della radio: le playlist. Ormai tutti i grandi network radiofonici hanno una selezione di 80-100 dischi che passano continuamente. Il fatto che tu possa trovare contemporaneamente su diverse stazioni un pezzo dei coldplay credo che non faccia bene nĆ© ai coldplay, nĆ© alla radioā.
Che consigli puoi dare a chi si affaccia a questo mondo?
āNon fatelo! No, scherzo…L’errore di base ĆØ pensare di poter guadagnare subito molti soldi. Ć innegabile che nell’arco di questi trentacinque anni siano circolati molti soldi, ma ora tutto sta cambiando. Per arrivare alla parte tecnica di questo lavoro ĆØ necessario avere umiltĆ e darsi da fare. I media rimbalzano l’immagine del disc jockey ricco e famoso, ma dietro c’ĆØ un lavoro enorme. Quindi l’umiltĆ ĆØ fondamentale, e anche l’ironia; senza ironia non si va da nessuna parteā.
Un’ultima domanda: se non avessi fatto lo speaker, cosa avresti fatto?
āProbabilmente sarei in prigione…(ride) Ho fatto il cameriere, il barista. Una volta c’era l’apprendistato, un qualcosa oggi sconosciuto, e ci si dava da fare. Ho trovato la radio e sono stato molto fortunato, ma allora le occasioni di lavoro c’erano. Però non saprei cosa sarebbe stato di meā.
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Articolo a cura di Fabrizio Pascale