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Switch radio off FM-Dab: Agosto bollente

Switch radio off FM-Dab: Agosto bollente

Parola d’ordine: difendere il patrimonio delle frequenze Fm e il futuro delle radio Dab, ma senza dimenticare il passato (glorioso). Appunto, le frequenze analogiche rappresentano tanto anche in termini di storia del Paese e di investimenti degli editori privati. Ora il Governo con lo switch off potrebbe inciampare o, comunque, trovare un altro ostacolo da superare come è avvenuto di recente per la riforma della Giustizia. Gli editori sono sul piede di guerra e mettono in allarme l’Esecutivo. Il sito Newslinet lancia un titolo bomba sulla vicenda radiofonica: “Radio. Giorgetti, attenzione a non inciampare sul TUSMAR. I radiofonici rischiano di perdere il treno della riforma”. Alla base c’è il Tusmar, il testo unico di cui si sa ancora poco e che, stando alle prime indiscrezioni, lascerebbe tutti gli addetti ai lavori a bocca aperta. La voce circola in queste ore e tutto potrebbe trasformarsi in uno tzsunami. 

Sempre Newslinet.com – molto accreditato nel settore- riesce ad ottenere le prime indiscrezioni sul Testo Unico. “Non volevamo credere ai nostri occhi. Tanto che ce li siamo stropicciati ed abbiamo dato attenta rilettura. Tutto vero, invece. I giochi non sono ancora conclusi”, tuona il sito. Il terreno di scontro adesso potrebbe consumarsi dinanzi a questo Testo unico che, su richiesta degli editori, dovrebbe difendere il patrimonio delle frequenze FM (che hanno scandito 50 anni di storia dell’Italia).  

Gli editori, in ogni modo, strizzano l’occhio al DAB, la radio di nuova generazione che molte automobili installano di serie da alcuni anni. Ma, si sa, i cambiamenti sono sempre graduali e lenti: non si può pensare con un colpo di spugna di dimenticare il glorioso FM a favore di una virata DAB improvvisa. Così, gli editori chiedono al Governo chiarezza assoluta su questo tema. Il Testo Unico, stando ai rumors, presenterebbe alcuni anacronismi.

newslinet.com ne evidenzia uno fra tutti: “l’art. 2, comma 1, lettera v) del D. Lgs. 177/2005 (il formante giuridico del T.U.), che stabilisce l’ambito locale radiofonico, fissandolo fino a 15 mln di abitanti (inclusa la copertura di soggetti controllati o collegati). La stessa fonte normativa, alla lettera z), connota l’ambito televisivo locale in “uno o piu’ bacini, comunque non superiori a dieci, anche non limitrofi, purché con copertura inferiore al 50 per cento della popolazione nazionale“, si legge chiaramente. Sembrerebbe a primo acchito una vera discriminazione. Ingiustificata. Le grandi radio private, sarebbero sul piede di guerra e questo potrebbe essere l’ennesimo problema da risolvere per il Ministro allo Sviluppp Economico Giorgetti. 

Le big radio, poi, combatteno da tempo contro spotify e Amazon, che potrebbero allargarsi oltre i limiti. Ma l’offerta delle superstation italiane ha un valore aggiunto unico ed indiscutibile: la presenza degli speaker che animano i programmi accompagnando gli ascoltatori nelle 24 ore del giorno. E non è mica poco! Anima, musica e non robot. 

Adesso, si spera che il ministro Giorgetti e la sottosegretaria Ascani siano lungimiranti e comprendano la necessità di evitare l’errore accaduto in passato con lo switch-off televisivo (analogico- digitale) troppo ravvicinato e veloce. Caotico. Non dovrebbe più accadere tutto quello che abbiamo visto in passato: le frequenze FM sono comunque un patrimonio che va difeso. Si preve un agosto di fuoco, bollente.

E sull’argomento interviene Lorenzo Suraci di RTL102.5. Che dice: “Giorgetti stia attento alle trappole anti italiane. Tutte le imprese vitali aspirano a crescere. Chi va in direzione opposta ha solo trovato la rendita in una nicchia. È comprensibile che a non volere far crescere la Radio siano editori con interessi prevalenti in altri segmenti, temendone la forza nel raccogliere ascolti e pubblicità, non lo è che il nanismo sia l’ideale dei rediofonici. Ma c’è un aspetto che supera ogni possibile obiezione: nel mondo del digitale non è che non esistano confini di copertura, locale o nazionale, proprio non esistono confini. Non sono neanche pensabili.

Se li facciamo valere, arretrando anziché avanzando tecnologicamente, otterremo un solo risultato: condanneremo tutte le aziende italiane del settore a perdere in partenza la concorrenza nel mercato aperto, preparandoci a cedere mercato verso piattaforme che già abbondantemente approfittano dell’assenza di confini. È questo che si vuole? Se così è lo capiamo, ma da cittadini italiani e da imprenditori ci opponiamo e lo condanniamo. Se così non è, meglio; Ma allora vuol dire che ci si deve in fretta accorgere dell’enorme e velenoso errore che ci si appresta a commettere tornando, in digitale, a far valere limiti e confini dell’analogico e del secolo scorso”.

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