Fare Radio non è sempre facile: Radio Shabelle Chiede Aiuto

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Fare Radio non è sempre facile: Radio Shabelle Chiede Aiuto

Lavorare in radio è fantastico, il mondo della radio è stupendo. La radio è comunicazione, creatività, poter esprimere il proprio pensiero, trasmettere musica, stare a contatto con molte persone, interagire con il pubblico e tanto altro ancora. Questi sono i concetti base di questa professione, oltre che gli aspetti più positivi del lavoro. Ci sono però casi in cui tutto ciò non è permesso e storie che vale la pena raccontare.

Negli ultimi giorni ho letto alcune notizie che mi hanno colpito molto e che hanno in comune la radio vista in modo diverso, "alternativo", un modo di fare radio che non conosciamo e un mondo molto lontano da noi. Per questo nei prossimi articoli e nelle prossime settimane mi piacerebbe raccontare queste storie, per farvi conoscere anche altre realtà e soprattutto per capire che comunicare non è sempre così facile e così libero come si possa credere.

La prima storia è quella di Hassan Osman Adbi, in arte Fantastic, direttore di Shabelle Media Network, una tv e una web radio indipendenti di Mogadiscio. Hassan aveva 30 anni ed era padre di 3 figli. Era perché il 28 gennaio è stato ucciso nella sua abitazione da un gruppo di uomini armati e mascherati. E' il terzo direttore della web radio ad essere assassinato nel giro di pochi anni: era già successo nel 2005 e nel 2009.

Questo perché la radio indipendente di Mogadiscio, in Somalia, non rispettava i dettami del governo di transizione nazionale somalo e del movimento di Al Shabab , che non volevano fosse trasmessa musica e soprattutto fosse fatta informazione radiofonica e giornalistica che non permettesse la circolazione dei messaggi del movimento.

Radio Shabelle è una radio con un palinsesto fortemente strutturato, in onda dalle 6 alle 24 con la radio e dalle 18 alle 22 con la tv, ogni giorno, i programmi sono di vario genere: dall'intrattenimento all'approfondimento sui diritti umani, ma soprattutto messaggi di pace che sono in contrasto con la guerra civile che da anni imperversa nel territorio somalo. Il segnale arriva quasi a 250km di distanza, ma chi vive lontano da Mogadiscio può sentire la radio in tutto il mondo grazie al web.

Anche trasmettere la musica come dicevo è un grande problema: infatti la radio passa canzoni indiane e americane, ma soprattutto cerca di fare scoprire gli artisti somali del territorio, però il movimento islamico proibisce la musica perché sostiene che Allah non permetta ai fedeli musulmani questo tipo di svago. Per tutte queste ragioni il regime di Al Shabab ha minacciato di morte Hassan e tutti i giornalisti della radio, che per paura di essere attaccati si sono spostati vicino ad un aeroporto, dove gli uomini di Al Shabab non potevano arrivare e si poteva lavorare con più libertà.

Infatti nei territori controllati dal movimento sono già stati uccisi 6 giornalisti, compresi i due direttori di Radio Shabelle e lavorare in queste condizioni, con la paura di essere trovati ed uccisi, non è certo una situazione facile. La radio nella nuova sede è riuscita a trasmettere le proprie informazioni, con i giornalisti che si sentivano più liberi e avevano meno restrizioni sulle informazioni, ma tante delle persone che lavorano per la redazione, oltre 50 persone, dormono all'interno della struttura per la paura di essere catturati durante il ritorno verso casa.

La radio non è sovvenzionata da nessun movimento e finanziata dalla poca pubblicità che riesce a raccogliere, ma chi lavora non ha uno stipendio sufficiente per vivere. Queste informazioni le ho raccolte da un'intervista che Hassan ha rilasciato pochi giorni prima di morire, che concludeva dicendo di sentirsi fortunato perché tante radio sono state chiuse dal potere di Al Shabab e alcuni giornalisti uccisi, ma loro sono riusciti a salvarsi e a scappare dal controllo del movimento, riuscendo a lavorare. Alla fine però anche lui è stato trovato e ucciso, sabato 28 gennaio.

Saranno parole ovvie, scontate ed inutili, ma questo ragazzo ha lottato per comunicare, per sottrarsi all'oppressione e al controllo di un movimento politico. Purtroppo nel mondo ci sono realtà così, che vedono la radio come un mezzo per trasmettere davvero il proprio pensiero, come qualcosa di più di un semplice alternarsi tra parole e musica, ma purtroppo in questi contesti il significato di libertà di espressione è totalmente sconosciuto e si arriva addirittura a degenerare nelle persecuzioni e negli omicidi.

Episodi del genere non devono accadere e non dovrebbero succedere più. Per chi volesse leggere l'intervista integrale di Hassan Osman Adbi può farlo qui: http://www.repubblica.it/esteri/2012/02/05/news/radio_shabelle-29385278/

Articolo a cura di Nicola Zaltieri