La Radio fa paura: il governo dello Zimbabwe mette a tacere le sue emittenti

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La Radio fa paura: il governo dello Zimbabwe mette a tacere le sue emittenti

Abbandonare un Paese nella disinformazione e nell’ignoranza significa renderlo schiavo con facilità: la cultura e la comunicazione possono diventare pericolose per questo la storia ci insegna che gli organi di potere hanno sempre tentato di controllarle o limitarle, se non addirittura annullarle.

È quello che sta accadendo in Zimbabwe, Stato dell’Africa orientale scosso da tumulti e violenze politiche, dove le autorità stanno tentando di silenziare le voci dei dissidenti e di coloro che vorrebbero portare alla luce e denunciare le violazioni dei diritti umani in corso. Ma non c’è spazio per le critiche, le voci indipendenti devono essere zittite e questa operazione sta coinvolgendo tutti i media e gli organi di informazione, radio compresa.

Basti pensare che in Zimbabwe gli unici giornali che vengono pubblicati regolarmente sono quelli governativi: i quotidiani avversi al governo, come il Daily News, sono stati costretti alla chiusura dopo l'esplosione di ordigni nei loro uffici o in seguito al mancato rinnovo della licenza di stampa. Inoltre la BBC e la CNN hanno ricevuto il divieto di filmare o effettuare servizi nel Paese.

Ma a proposito di licenze: anche le radio soffrono per la loro mancata concessione e molti dei promotori delle campagne che chiedono il rispetto della legge in materia sono già stati arrestati. Nel 2001 era stato posto fine al monopolio statale sui mezzi di comunicazione radiofonica istituendo un’authority per la concessione delle licenze. Eppure, da allora, a beneficiarne sono state solo dieci emittenti, due nazionali e otto locali. Tutte sono di proprietà o sotto il controllo di imprese legate al partito al potere, come la Kingstons Limited e la Zimbabwe Newspapers Private Limited, di cui il governo è addirittura azionista di maggioranza.

E le radio indipendenti? Se ne contano circa una trentina e tutte aspettano da 14 anni di avere la licenza. Per aggirare l’ostacolo, molte di esse hanno avviato una produzione di cd con contenuti di interesse generale come il miglioramento della vita nelle comunità, la prevenzione dell’AIDS (un terzo della popolazione ne è colpita ed è il quarto più alto tasso di diffusione del mondo), la pianificazione familiare. Il risultato è stato la prevedibile confisca di migliaia di cd e la distruzione o il sequestro degli apparecchi usati per la produzione delle copie.

Amnesty International si sta battendo affinché venga garantita la libertà di espressione e di informazione a tutti e per farlo è necessario che queste licenze vengano concesse. L’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni ha fissato al 17 giugno il termine massimo entro il quale il Paese deve passare dall’analogico al digitale. Prima di quella data si spera che lo Zimbabwe mostri cenni di apertura in merito, così da consentire alla popolazione, soprattutto quella dei contesti più rurali, di poter beneficiare di un’informazione oggettiva e di una pluralità di voci non tutte al servizio del governo.

 

 

Articolo a cura di Giusy Dente