Perché i giovani ascoltano sempre meno la radio? L’analisi di Umberto Labozzetta
Perché la radio fatica a conquistare le nuove generazioni? È la domanda al centro di un’analisi di Umberto Labozzetta, pubblicata su Rockol il 13 ottobre 2026, dopo un mese trascorso ad ascoltare decine di emittenti italiane, dai grandi network nazionali alle radio locali.
Un esperimento condotto durante settembre, in coincidenza con la ripartenza dei palinsesti, per comprendere quali aspetti della programmazione radiofonica risultino oggi meno attraenti per i giovani.
Il quadro delineato da Labozzetta mette in discussione diversi elementi del modello radiofonico tradizionale: palinsesti rigidi, rotazioni musicali ripetitive, linguaggi poco vicini alla Generazione Z e un utilizzo del digitale ancora troppo legato alle logiche della radio lineare.
Ma la riflessione non si limita alle criticità. Al centro dell’analisi emerge anche il potenziale delle radio locali, delle emittenti verticali e dei nuovi modelli di distribuzione.
Radio e giovani: il problema è il modo di ascoltare?
Secondo Labozzetta, uno dei principali ostacoli nel rapporto tra radio e nuove generazioni riguarda le differenti abitudini di consumo.
Chi è cresciuto utilizzando Spotify, TikTok e piattaforme on demand è abituato a scegliere autonomamente cosa ascoltare, quando farlo e per quanto tempo.
La radio tradizionale propone invece un’esperienza lineare, nella quale la selezione musicale, gli interventi degli speaker e gli spazi pubblicitari seguono un palinsesto prestabilito.
Una caratteristica che ha sempre rappresentato parte dell’identità del mezzo, ma che può risultare meno immediata per un pubblico abituato alla personalizzazione.
L’autore richiama anche i dati Audiradio: pur mantenendo una platea complessiva di circa 35 milioni di ascoltatori nel giorno medio, la radio registra una penetrazione inferiore alla media nelle fasce più giovani.
Il dato, osserva Labozzetta, invita a interrogarsi non soltanto sulla capacità del mezzo di raggiungere nuovi ascoltatori, ma soprattutto su quella di diventare parte delle loro abitudini quotidiane.
Speaker, linguaggio e musica: cosa manca alla radio per conquistare la Gen Z?
Un altro elemento evidenziato nell’analisi riguarda il linguaggio utilizzato dalle emittenti.
Secondo Labozzetta, una parte della radio italiana continua a rivolgersi prevalentemente a un pubblico adulto, attraverso riferimenti culturali, battute e modalità di conduzione consolidate.
Allo stesso tempo, i tentativi di avvicinarsi ai più giovani attraverso slang e tendenze social possono risultare poco credibili quando non corrispondono all’identità autentica del programma o dello speaker.
Il problema, quindi, non sarebbe semplicemente l’età dei conduttori, ma lo spazio concesso alla personalità e all’autorialità.
L’autore richiama le grandi figure che hanno segnato la storia della radio italiana, da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni a Linus, Albertino e Marco Mazzoli, sottolineando come molti format contemporanei lascino poco margine alla sperimentazione.
Una riflessione che coinvolge anche la programmazione musicale.
Le rotazioni delle radio commerciali, spesso concentrate su un numero limitato di successi, rischiano secondo Labozzetta di apparire troppo omogenee rispetto alla varietà di generi e artisti disponibili sulle piattaforme digitali.
Per un pubblico abituato a esplorare sonorità differenti, la ripetitività può diventare un motivo per cercare alternative.
Il futuro della radio passa anche dalle emittenti verticali
Uno dei passaggi centrali dell’articolo riguarda il ruolo delle radio verticali e native digitali, che secondo Labozzetta non ricevono ancora sufficiente attenzione nel dibattito sull’evoluzione del settore.
Si tratta di realtà costruite intorno a identità musicali, culturali o editoriali precise, capaci di rivolgersi a comunità di ascoltatori con interessi specifici.
Tra gli esempi citati figurano LifeGate Radio, Radio Popolare, Radio Rock, Funky.radio e Classic Hits, insieme a esperienze del servizio pubblico come No Name Radio e Rai Radio Tutta Italiana.
L’elemento distintivo di queste proposte è la specializzazione.
A differenza delle emittenti generaliste, che devono rivolgersi a pubblici ampi, una radio verticale può concentrarsi su determinati generi musicali, linguaggi o contenuti.
Secondo l’autore, questo modello potrebbe rispondere meglio alle esigenze di chi cerca un’offerta personalizzata, senza rinunciare alla selezione editoriale e alla presenza di professionisti della radio.
La differenza rispetto a una playlist automatica rimane proprio il contributo umano: la capacità di scegliere, contestualizzare, raccontare e costruire un’identità riconoscibile.
Radio locali e territorio: la prossimità resta un punto di forza
Nell’analisi trova spazio anche una riflessione sulle differenze tra network nazionali, superstation e radio locali.
Labozzetta osserva come alcune grandi emittenti multiregionali, tra cui Radio Bruno, Radio Birikina e Radio Norba, stiano investendo su mercati strategici come Roma.
Una scelta che evidenzia un cambiamento nelle modalità di espansione delle reti radiofoniche.
L’acquisizione di frequenze nelle grandi città non risponde necessariamente all’esigenza di costruire una copertura FM territorialmente continua, ma può rappresentare un modo per presidiare mercati pubblicitari e bacini d’ascolto particolarmente importanti.
In un ecosistema che comprende FM, DAB+, streaming e connected car, la distribuzione radiofonica segue infatti logiche differenti rispetto al passato.
Parallelamente, secondo Labozzetta, le radio locali continuano a distinguersi per la capacità di mantenere un rapporto diretto con il territorio.
Emittenti come Radio Piterpan, Radio Number One, Radio Studio Più, Radio Padova, Radio Globo, Radio Delta 1, Radio Marte e Radio Sintony vengono richiamate come esempi di realtà capaci di conservare una propria riconoscibilità.
La vicinanza agli ascoltatori, la conoscenza delle comunità e l’attenzione alla vita quotidiana rappresentano caratteristiche difficili da replicare attraverso una programmazione interamente nazionale.
La radio deve ripensare il digitale, non limitarsi a trasmettere online
Un’altra questione sollevata dall’articolo riguarda il rapporto tra radio e piattaforme digitali.
Secondo Labozzetta, essere presenti online non significa necessariamente aver sviluppato un linguaggio adatto al pubblico digitale.
Trasmettere in streaming lo stesso palinsesto FM, oppure aggiungere una telecamera nello studio radiofonico, non basta da solo a costruire un prodotto capace di dialogare con le nuove generazioni.
La sfida riguarda piuttosto la progettazione dei contenuti, le modalità di interazione e la capacità di valorizzare le caratteristiche di ciascuna piattaforma.
L’autore sottolinea inoltre la difficoltà di misurare in modo unitario il consumo radiofonico attraverso tutti i canali digitali.
Le rilevazioni tradizionali non restituiscono necessariamente una fotografia completa dell’ascolto che avviene attraverso applicazioni, streaming e altri servizi IP.
Di conseguenza, una parte dell’attività delle emittenti digitali e delle relative comunità rischia di essere meno visibile nelle analisi complessive del mercato.
Quale futuro per la radio italiana?
L’analisi di Umberto Labozzetta pone una questione che riguarda l’intero settore: come rinnovare l’offerta radiofonica senza perdere le caratteristiche che rendono la radio riconoscibile?
Da una parte ci sono i grandi network, con modelli consolidati e una forte capacità di raggiungere il pubblico. Dall’altra, le emittenti locali e verticali, che possono sperimentare linguaggi e proposte editoriali più specifiche.
Per Labozzetta, il futuro passa dalla capacità di superare alcuni schemi della programmazione tradizionale, valorizzare maggiormente gli speaker e riconoscere il digitale come uno spazio di sperimentazione, non soltanto come un ulteriore canale di distribuzione.
La questione non è necessariamente scegliere tra radio lineare e ascolto on demand, ma capire quali contenuti, voci ed esperienze possano rendere la radio nuovamente interessante per chi oggi preferisce altre piattaforme.
Una riflessione che chiama in causa editori, direttori artistici, programmatori musicali e conduttori, perché il ricambio generazionale del pubblico dipende anche dalle scelte editoriali che le emittenti compiono oggi.