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RadioPLUS+ 2026: i dati sfatano i falsi miti sulla radio

RadioPLUS+ 2026: i dati sfatano i falsi miti sulla radio

I giovani non ascoltano più la radio? Le piattaforme streaming stanno sostituendo l’FM? La pubblicità radiofonica è meno efficace di quella digitale? Sono alcuni dei luoghi comuni messi alla prova durante RadioPLUS+ 2026, l’evento organizzato il 22 ottobre da FCP-Assoradio, in collaborazione con il Politecnico di Milano, al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.

L’edizione di quest’anno, intitolata Fake or Fact? Sfatiamo i falsi miti. Scopriamo se davvero conosci la radio, ha presentato una ricerca che mette a confronto le convinzioni del mercato pubblicitario con i comportamenti reali degli ascoltatori.

Il risultato? La radio continua a essere presente nella quotidianità degli italiani, anche tra i giovani e nelle automobili connesse. E il suo valore pubblicitario potrebbe essere ancora sottovalutato.

RadioPLUS+ 2026: cosa emerge dalla ricerca del Politecnico

Dopo gli interventi introduttivi di Massimo Martellini, presidente di FCP, e Monica Gallerini, presidente di FCP-Assoradio, il professor Lucio Lamberti del Politecnico di Milano ha presentato i risultati della ricerca.

Lo studio ha incrociato i dati Audiradio 2025, un’indagine condotta su oltre 2.000 consumatori e interviste a responsabili di aziende inserzioniste e agenzie media.

L’obiettivo era verificare quanto alcune convinzioni diffuse sulla radio trovassero effettivamente riscontro nei dati.

Uno dei pregiudizi più ricorrenti riguarda le nuove generazioni: si tende spesso a considerare la radio un mezzo destinato prevalentemente a un pubblico adulto.

La ricerca restituisce però un quadro più articolato. Sebbene le fasce d’età più mature presentino una maggiore penetrazione percentuale, i giovani non hanno abbandonato la radio.

Le abitudini di ascolto cambiano anche in relazione ai momenti della vita e alle attività quotidiane. L’ingresso nel mondo del lavoro, per esempio, può favorire nuove occasioni di fruizione, soprattutto durante gli spostamenti.

La radio nelle auto connesse: l’82% ascolta FM e DAB

Tra i dati più interessanti presentati a RadioPLUS+ 2026 ci sono quelli relativi all’ascolto in automobile.

Secondo l’indagine, il 79% degli intervistati dichiara di ascoltare la radio in auto, mentre il 44% utilizza contenuti audio on demand.

Ma è nelle automobili connesse che emerge un risultato particolarmente significativo: la penetrazione dell’ascolto radiofonico FM e DAB raggiunge l’82%, contro il 79% rilevato nelle vetture non connesse.

La disponibilità di piattaforme musicali e servizi digitali, quindi, non determina necessariamente l’abbandono della radio tradizionale.

Tra gli intervistati che utilizzano un’automobile connessa, infatti, il 35% ascolta esclusivamente la radio, il 14% soltanto piattaforme musicali on demand, mentre il 47% alterna entrambe le modalità.

Numeri che evidenziano una convivenza tra radio e streaming, più che una sostituzione.

Le percentuali si riferiscono al campione e alle modalità di rilevazione della ricerca presentata durante l’evento, non alla totalità degli automobilisti italiani.

Radio e streaming: due esperienze di ascolto differenti

Un altro aspetto approfondito dal Politecnico riguarda le motivazioni che spingono gli utenti a scegliere la radio oppure i servizi musicali on demand.

Le piattaforme digitali offrono soprattutto la possibilità di selezionare direttamente ciò che si desidera ascoltare.

La radio, invece, mantiene alcune caratteristiche distintive: la semplicità di utilizzo, la compagnia delle voci e la possibilità di scoprire contenuti senza doverli cercare.

Accendere la radio significa affidarsi a una programmazione costruita da altri, nella quale musica, informazione, intrattenimento e interventi degli speaker possono accompagnare l’ascoltatore durante le proprie attività.

È una differenza che riguarda anche il ruolo della conduzione e della selezione editoriale.

La ricerca suggerisce quindi che radio e streaming rispondano a esigenze differenti, spesso all’interno delle abitudini della stessa persona.

Pubblicità radiofonica: il rapporto con gli ascoltatori

Il tema della pubblicità è stato centrale nell’intervento di Monica Gallerini, che ha sottolineato la distanza tra le potenzialità del mezzo e il riconoscimento che riceve da una parte del mercato degli investitori.

La presidente di FCP-Assoradio ha richiamato anche i risultati di precedenti iniziative, tra cui l’esperimento pubblicitario del 2025 dedicato al marchio fittizio Un Posto in Paradiso.

La campagna, realizzata attraverso una pianificazione radiofonica multipiattaforma, aveva generato circa 129.000 sessioni sul sito e 99.000 nuovi utenti, mostrando come la radio possa contribuire a produrre risultati misurabili anche per un marchio inizialmente sconosciuto.

La nuova ricerca ha approfondito inoltre il comportamento degli utenti di fronte alla pubblicità sulle piattaforme on demand.

Tra gli intervistati che incontrano annunci su questi servizi, il 51% dichiara di saltarli, il 26% di distrarsi e l’11% di pagare per evitarli. Soltanto il 13% dichiara di ascoltarli.

La pubblicità radiofonica, invece, viene percepita come una componente più naturale del flusso di ascolto.

Questo non significa che ogni spot radiofonico sia automaticamente efficace, ma evidenzia quanto le modalità di fruizione possano incidere sul rapporto tra pubblico e messaggio pubblicitario.

Paolo Monesi: perché la creatività radiofonica fa la differenza

A chiudere gli approfondimenti è stato Paolo Monesi, con un intervento dedicato alle caratteristiche creative della comunicazione radiofonica.

Attraverso esempi sonori e suggestioni narrative, Monesi ha mostrato come la radio sia capace di generare immagini nella mente dell’ascoltatore, senza bisogno di mostrarle.

Una caratteristica che rappresenta una delle principali differenze rispetto ai mezzi visivi.

Il suo intervento ha evidenziato anche l’importanza di realizzare campagne pubblicitarie pensate specificamente per la radio, anziché limitarsi ad adattare la componente audio di uno spot televisivo.

Nella comunicazione radiofonica, infatti, sono la voce, il suono, il ritmo e la costruzione narrativa a rendere riconoscibile un messaggio.

Anche la scelta della musica assume un ruolo importante: utilizzare una canzone molto conosciuta non garantisce necessariamente che l’ascoltatore ricordi il marchio pubblicizzato.

Una riflessione che riguarda da vicino non soltanto gli investitori, ma anche speaker, produttori, creativi e professionisti dell’audio.

Il futuro della radio passa anche dalla percezione del mercato

Durante RadioPLUS+ 2026 è emerso un tema comune ai diversi interventi: la trasformazione digitale non ha cancellato il ruolo della radio, ma ha modificato il contesto nel quale viene ascoltata e utilizzata dagli inserzionisti.

Come sottolineato da Massimo Martellini, anche il lavoro delle concessionarie pubblicitarie è cambiato, evolvendo dalla semplice vendita di spazi verso attività sempre più legate alla produzione di contenuti.

La sfida, quindi, non riguarda soltanto la capacità delle emittenti di innovare, ma anche quella del mercato di valutarne correttamente le caratteristiche.

La ricerca presentata dal Politecnico di Milano non elimina le sfide che il settore deve affrontare, dalla concorrenza digitale alla necessità di sviluppare nuovi linguaggi e modelli commerciali.

Offre però elementi concreti per superare alcune convinzioni consolidate.

La radio continua a essere ascoltata dai giovani, mantiene un ruolo importante nelle automobili connesse e convive con le piattaforme digitali.

Più che chiedersi se la radio sia un mezzo del passato, i dati di RadioPLUS+ 2026 invitano a comprendere come venga realmente utilizzata oggi e quali opportunità possa ancora offrire all’industria della comunicazione.

Adriano Matteo

Adriano Matteo

Tecnico del suono radiofonico, live e broadcast, giornalista iscritto all'albo pubblicisti della Puglia e grande appassionato di radio in tutte le sue sfaccettature. Leggi i miei articoli

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