Outis Topos: Un’ipotesi di Radio Futura

Storia della Radio

Outis Topos: Un’ipotesi di Radio Futura

Outis Topos. Un’ipotesi di radio futura è una trasmissione di 50 minuti ottenuta dal montaggio di 200 ore di nastri registrati nell’estate del 1973 dagli abitanti di un quartiere del sottoproletariato alle porte di Torino, trasmessa sull’allora Programma Nazionale l’11 giugno 1974. Questo testo radiofonico sperimentale ha visto la collaborazione tra lo scrittore e regista Andrea Camilleri, il musicista etnologo Sergio Liberovici e gli abitanti di un quartiere di Torino, nei cui interventi audio si affrontano diverse tematiche: disagi sociali, scuola, lavoro, carenze delle strutture. Compaiono, inoltre: slogan, canti popolari di protesta o di svago, cortei e manifestazioni.

Era il mese di luglio quando furono fatte le registrazioni. Lo speaker apre così: «Si fa sempre più evidente uno scompenso tra le possibilità reali dello strumento e il modo irreale di usarlo. Certo, il problema di una conduzione non convenzionale, veramente innovatrice della radio, è complesso e aperto a più soluzioni, ma forse una delle risposte possibili è nella radicale inversione delle sue funzioni tradizionali. Non solo trasmettere, ma ricevere. Non solo far sentire qualcosa all’ascoltatore, ma farlo parlare. Non isolarlo, ma metterlo in relazione con altri. Non soltanto rifornirlo, ma far sì che egli stesso diventi parti attiva. Produttore». Difatti in Outis Topos sono stati i cittadini stessi a costruire il programma, sulle basi dei loro problemi personali, quotidiani e di quartiere. Ne è venuta fuori una testimonianza autentica, libera, diretta, in cui il mezzo radiofonico viene autonomamente gestito e privato di vincoli, restituendo all’ascoltatore una dimensione che, altrimenti, probabilmente sarebbe stata taciuta, senza che certi temi e discussioni venissero affrontati.

Il documentario è autentico ma imprevedibile, appassionato ma pur sempre condizionato da certi stereotipi suggeriti dal mezzo: è lì che l’esperimento si è interrotto, quando si è creata confidenza col mezzo, quando quel rapporto si è fatto meno naturale e più scontato. L’unica finzione è l’inizio del programma in cui un bambino inserisce un gettone, chiama il numero delle informazioni e chiede: «Cosa vuol dire utopia?». La centralinista sfoglia il dizionario e risponde: «Outis Topos, immaginazione che non può tradursi in realtà, in nessun luogo». Il bambino ringrazia e aggancia.

Da qui parte il ventaglio umano che il documentario prospetta all’ascoltatore, fatto soprattutto di operai impiegati in fabbrica, tutti desiderosi di farsi sentire e documentare una realtà spesso fatta di salario basso, lavoro noioso e ripetitivo, incidenti mortali che gettano intere famiglie nella povertà e nel dolore. I rumori sono parte integrante: passi, campanelli, fischi, cani che abbaiano, campane, posate e bicchieri, tamburi del corteo, mani battute a suon di cha cha cha. Il linguaggio è assolutamente informale, un magma dialettale che ricorda quello del Camilleri romanziere.

Le denunce dei problemi dei quartieri arrivano sia attraverso i dialoghi diretti, che attraverso la registrazione di dialoghi telefonici: aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, assenza di acqua corrente in casa e per la campagna, scarsità di lavoro, vita precaria soprattutto per certe fasce sociali, come i pensionati, molti dei quali costretti in povertà.

Questa raccolta di documenti di vita cittadina, rimaneggiati e riorganizzati in studio, ha rappresentato la Rai al XXV Premio Italia, nel 1974.

Ascolta Outis Topos. Un’ipotesi di radio futura: http://www.radio.rai.it/podcast/A42572573.mp3

 

Articolo a cura di Giusy Dente